Luigi Ferrannini, presidente della Società italiana psichiatria (Sip) è intervenuto a Roma durante il convegno “Salute mentale: assistenza o riabilitazione?”, un incontro nazionale con le società scientifiche sullo stato dell’arte e le prospettive nelle esperienze italiane, promosso dalla Fondazione Mario Lugli a sostegno dei malati psichici.
Ferranini ha lamentato la “mancanza di un vero piano d’azione per individuare i bisogni emergenti (dalla depressione ai disturbi somatici o degli anziani) e arrivare a ridefinire i livelli essenziali d’assistenza, del ritorno alla cronicità delle malattie, creduta ormai vinta dalla legge 180/78 che ha portato alla chiusura dei manicomi, dell’aumento dei trattamenti sanitari obbligatori” decisi d’autorità.
Secondo il presidente della Sip “i rischi che si corrono sono un ritorno all’istituzionalizzazione dei pazienti a discapito dei servizi territoriali e una diagnosi tipo criminal minds che alimenta la fabbrica della paura e quell’idea di malattia mentale legata al tema della sicurezza”.
Quali dunque le soluzioni? “Portare la spesa per i servizi territoriali di salute mentale dal 5% al 12% del Fondo sanitario regionale”, commenta Ferrannini. Ma servono anche “interventi precoci, una programmazione a lungo termine che sia allo stesso tempo uguale su tutto il territorio nazionale ma anche il più possibile personalizzata in base alle caratteristiche del paziente, nuove figure professionali – a partire dall’università – e una formazione continua per gli operatori sociali e sanitari”.
Sul bisogno di evitare il rischio di re-istituzionalizzazione dei pazienti secondo lo psichiatra Maurizio Bacigalupi “bisogna passare dalla responsabilità sanitaria a quella sociale, passando necessariamente per l’inserimento lavorativo e per i gruppi appartamento”. (fonte: Redattore Sociale)

